Miele, cera ed ispirazione

Il miele: la delizia che sopra a tutte prediligo.





Arricchisce ogni pasto di gusto e dolcezza (cosa c'é di meglio di mangiare davanti al camino noci, miele ed un po' di ricotta?) e poi protegge, conserva. Ha il colore del sole e della vita, la consistenza fluida di una perfezione intatta e materna.

Ne ho assaggiati di molti tipi: quelli dai toni amari o profondi tipici della macchia sarda, dove abbondano assenzio e lentisco, quelli pieni e fruttosi della sabina, persino quelli delle audaci api di alta montagna, che nel raro calore distillano un'ambrosia preziosa e regale.




Anche con la cera mi piace divertirmi: ne faccio candele piccine, che persino un bimbo può tenerle nel palmo della mano, per illuminare i miei giorni nei lunghi mesi invernali, oppure la mischio all'olio di iperico, rosso e possente, nel quale il sole ha operato col suo soffio caldo per un mese intero. L'unguento che se ne ricava é un toccasana per le bruciature, ma in genere si può usare sulle mani screpolate dal freddo o sulle labbra.




Ogni qual volta mi é stato donato un vasetto di miele, l'ho sempre avvertito come un dono di grande sacralità, e quella dolcezza che mi alleggeriva le labbra  dal discutere infecondo l'ho sempre salutato con gioia.
Per una migliore comprensione del tema, riporto alcuni passi dal libro di Mario Polia
《FUROR》 GUERRA POESIA E PROFEZIA.




[...]


5 - Il simbolismo del miele e la parola di sapienza.


La parola che indica l’«idromele» nell’antico norreno è mjöđr e corrisponde al sscr. madhu, «miele»; gr. méthu, «vino»; a. irl. [antico irlandese, n.d.c.mid; a.a.t. [antico alto tedesco, n.d.c.métu; ted. Met, «idromele» da i.e. MEDHU, «miele» e «idromele».


In irlandese per esprimere l’idea della «perfezione» si usava una perifrasi: céir-bheach, letteralmente «cera d’ape». Nel gallese «perfetto» si dice cwyraidd, termine formato su cwyr, «cera».


Le candele usate durante la celebrazione della Messa dovevano essere, nel Galles, di cera vergine d’ape in quanto le api originariamente abitavano il paradiso ed a causa della colpa dell’uomo scesero sulla terra (si ricorderà a questo proposito che Snorri associa le api alla rugiada che goccia dall’Albero del Mondo). Le api godono presso i celti di speciali favori divini e da ciò deriva l’importanza della cera come elemento rituale.


Le saghe celtiche narrano che ai tempi del mitico Cormac, sovrano dell’età dell’oro, c’era sovrabbondanza di miele, come ai tempi dello scandinavo Fróđi c’era «un’infinità di sciami di api»:


«...andando in giro si poteva leccare dappertutto miele con il dito; si dice infatti che a causa della giustizia di Cormac il miele pioveva dal cielo»42.


In India  il miele, madhu, viene identificato con lo spirito universale, âtman: il quinto brâhmana della Brihad-âranyaka upanishad tratta del miele come alimento sottile universale che irrora e pervade il cosmo e nutre di sé l’uomo così che chi gusti il madhu celeste avrà realizzata la propria identità con lo Spirito. L’arcana dottrina del miele fu rivelata da un saggio ai gemelli divini Ashvin sfuggendo con uno stratagemma all’ira di Indra sotto la tutela del quale era posto il «miele».


La tradizione greca43 tramanda che prima che esistesse in Delfi il tempio le api ne costruirono uno di cera e di piume. Il dio inviò questo tempio alla Terra degli Iperborei dalla quale ogni anno tornava a Delfi trainato da cigni e grifoni alati. Le api e la cera sono poste qui in relazione con la qualità profetica di Apollo e sono riferite esplicitamente alla sapienza primordiale (o iperborea). Le «piume» alludono al carattere squisitamente spirituale di tale sapienza e possono riferirsi al dominio della «lingua degli uccelli» che, assieme al dono della profezia, era una caratteristica di tale sapienza.


Le sacerdotesse di Eleusi e di Efeso erano dette «api» in quanto svelavano il «miele» della parola divina. Il «miele» è il nutrimento dei saggi: la tradizione vuole che Pitagora si cibasse di miele. Nei misteri di Eleusi il miele era dato agli iniziati di grado superiore come segno di sapienza e di rinascita nel divino. Nei misteri di Mithra era usato nelle purificazioni e come cibo rituale. Porfirio afferma che sulle mani degli iniziati si versa miele e col miele si purifica la lingua da ogni errore. Il miele è il cibo di Cronos che se ne inebria nella sede agli estremi confini della terra44.


Anche a Roma il miele è in relazione con la parola divina: la tradizione riportata da Cicerone narra che quando a Preneste furono trovate le tavolette con gli arcaici segni dell’alfabeto per la divinazione un grande albero di ulivo, che era presso la grotta dove esse furono rinvenute, si aprì nel mezzo facendo fuoriuscire un fiotto di miele.


Una leggenda greca vuole che al momento della nascita di Pindaro e Platone alcune api si posassero sulle loro labbra. Analoga leggenda riguarda la nascita di S. Ambrogio nel nome del quale l’allusione all’ambrosia dell’immortalità è evidente anche se, in questo caso, non è necessario ricorrere forzatamente all’esempio greco in quanto nel simbolismo biblico l’ape (dbure) è diffusamente posta in relazione con la parola divina (radice dbr). Nel ritiro nel deserto il Battista si nutriva di miele. Qui «deserto» e «miele» sono, parallelamente al significato letterale, simboli che rimandano rispettivamente a quello stato di semplificazione interiore — il deserto — nel quale unicamente è possibile cogliere lo svelarsi della parola divina (il miele).


S. Bernardo di Chiaravalle pone espressamente l’ape in relazione con lo Spirito Santo e con la Sapienza.


Gli esempi potrebbero moltiplicarsi ma ciò che importa notare è che tutti rimandano all’excessus mentis, al distacco della coscienza dai sensi ordinari — propiziato dalla bevanda di miele fermentato, alle origini — che permette di accedere alla conoscenza della Parola inespressa per rivelarla poi con la parola del profeta e del vate.


Nell’Inno omerico ad Hermes le tre vergini che hanno appreso la mantica da Apollo sono donne-api: «esse spiccano il volo per andare ovunque a pascersi di cera, facendo realizzare ogni cosa». La parola secondo verità, che scaturisce per intervento di dio, «realizza» (krainei) per la sua intrinseca potenza. Le tre donne-api profetizzano «dopo essersi nutrite di biondo miele»45.
 

41 Cfr. L. CHARBONNEAU-LASSAY, Le Bestiaire du Christ, Bruges, 1940, p. 857 e ss.

42 In M. RIEMSCHNEIDER, Miti pagani e miti cristiani, cit., pp. 76-77.

43 Himerii Orationes, 14, 10.

44 O. KERN, Orphicorum Fragmenta, n. 154.

45 Le citazioni sono ai versi 559-561.


[FONTE: di Mario Polia, «FUROR» GUERRA POESIA E PROFEZIA, ed. Il Cerchio- Il Corallo, pp. 28-31]














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